Il Foro di Cesare

Portico ovest e taberne Foro di Cesare
I portici

I portici del Foro di Cesare erano muniti di doppie file di colonne in marmo bianco di Luni munite di scanalature piene sino a un terzo dell’altezza del fusto (rudentate) ed erano caratterizzati da una distanza doppia tra le colonne della fila interna rispetto a quelle di facciata che in tal modo erano esattamente il doppio delle altre.

I portici del Foro di Cesare erano muniti di doppie file di colonne in marmo bianco di Luni munite di scanalature piene sino a un terzo dell’altezza del fusto (rudentate) ed erano caratterizzati da una distanza doppia tra le colonne della fila interna rispetto a quelle di facciata che in tal modo erano esattamente il doppio delle altre.

Le indagini archeologiche del 1998-2000 hanno definitivamente dimostrato che questa caratteristica architettonica risale all’impianto cesariano del Foro nel quale, inoltre, i portici dei lati lunghi terminavano, verso nord, in absidi semicircolari delle quali sono state rinvenute le tracce.

Poco dopo l’inaugurazione del complesso, probabilmente tra il 46 e il 44 a.C., se non oltre, fu realizzata, a ridosso del portico occidentale, una fila di ambienti di dimensioni assai diverse l’uno dall’altro a causa dello spazio obbligato nel quale furono inseriti, delimitato dal muro perimetrale del portico stesso, da una parte e, dall’altra, da quello che regolarizzava il taglio operato lungo la pendice del Campidoglio per costruire il foro.

Tali ambienti, che la tradizione degli studi archeologici identificava, sino a pochi anni fa, con vani a uso commerciale (tabernae), possono essere ben identificati con degli uffici pubblici basandosi sui riferimenti degli autori letterari antichi che, come lo scrittore Appiano, ci dicono che il foro non fu costruito per scopi commerciali ma perché i romani: “vi discutessero dei superiori interessi dello stato”.

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